Cisco Cybersecurity Readiness Index: qual è la fotografia delle aziende italiane

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Quella della cybersecurity è una tematica fondamentale quando si parla di industria 5.0 e IT. Proteggersi dalle minacce informatiche è un aspetto tutt’altro che secondario, specialmente alla luce del fatto che gli stessi cyberattacchi hanno raggiunto gradi di complessità e pericolosità sempre maggiori.

Ma qual è il rapporto tra le aziende italiane e la cybersecurity? Purtroppo, nonostante la digitalizzazione sempre più pervasiva dell’ambiente di lavoro, le nostre imprese sembrano non essere ancora al passo con i moderni standard di sicurezza informatica.

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Cisco Cybersecurity Readiness Index: I dati

La fotografia dello stato della sicurezza informatica in Italia arriva dal Cisco Cybersecurity Readiness Index 2024. Il report ha interessato ottomila responsabili della sicurezza di trenta diversi Paesi, tra i quali figura anche l’Italia.

Quest’indagine ha evidenziato innanzitutto un aggravarsi dei pericoli per le aziende che sono oggi sottoposte a numerose tipologie di attacchi. Tra i più conosciuti ci sono non solo phishing, malware, ransomware e social engineering, ma anche delle novità come ad esempio gli attacchi con AI e il crypto jacking. Quest’ultima tecnica è un malware dal funzionamento peculiare, in quanto sottrae potenza di elaborazione a un dispositivo per generare criptovalute.

I miglioramenti delle aziende nel campo della cybersecurity non appaiono però ancora adeguati allo scenario appena delineato. Queste difficoltà sono in parte riconducibili alla complessità delle stesse soluzioni di sicurezza informatica, tra l’altro spesso offerte in maniera frammentata alle imprese.

L’ibridazione degli ambienti di lavoro è un altro fattore da considerare, dato che la transizione digitale ha aumentato la quantità di dati e le connessioni tra sedi e dipendenti tra loro distanti. Il fatto che i dipendenti entrino da varie reti, in media più di sei, rende ancora più difficile approntare misure di difesa opportune.

Entrando più nel dettaglio, il Cisco Cybersecurity Readiness Index 2024 si basa sui cosiddetti cinque pilastri della sicurezza informatica aziendale, ovvero:

  • Identity Intelligence;
  • Network Resilience;
  • Machine Trustworthiness;
  • Cloud Reinforcement;
  • AI Fortification.

Ciascuna di queste voce comprende trentuno soluzioni e capacità diverse. Le aziende vengono successivamente classificate in quattro livelli di preparazione:

  • Principiante
  • Formativo
  • Progressivo
  • Maturo

Il report testimonia come l’inadeguatezza delle pratiche di cybersecurity non riguardi solo l’Italia: basti pensare che, in base a questa classificazione, solo il 3% delle aziende coinvolte si è dichiarata matura. In Italia la percentuale scende invece all’1%, con il 78% degli intervistanti che reputa la propria azienda si trovi tra il livello principiante e quello formativo.

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Come reagiscono le aziende italiane in tema di sicurezza informatica

Nonostante un livello di maturità ancora deficitario, l’attenzione delle aziende italiane verso la cybersecurity è in aumento. Questa è una necessità se si considera che più del 47% degli attacchi totali rilevati in Italia dal 2019 si è verificato nel 2023 e che dal 2018 all’anno scorso, gli stessi sono incrementati complessivamente del 78%, con una crescita mensile da 130 a 232. (Dati Rapporto Clusit).

In ampliamento quindi gli investimenti. Il 36% delle aziende coinvolte ha dichiarato un aggiornamento delle proprie infrastrutture IT entro massimo 24 mesi, con una buona parte di esse interessate a implementare nuove soluzioni, tra cui quelle basate sull’intelligenza artificiale. Inoltre, il 94% delle aziende ha in programma di aumentare il budget annuale dedicato alla sicurezza informatica. Nell’82% dei casi si tratta di un incremento cospicuo, di addirittura il 10%.

Un approccio che va cambiato è sicuramente quello dell’ottimizzazione delle misure di cybersecurity. In particolare, il 63% delle imprese usa almeno dieci soluzioni di sicurezza informatica. Il 22% ne implementa persino più di trenta. Un ecosistema di tecnologie di sicurezza così stratificato finisce però per avere l’effetto opposto, rallentando il rilevamento delle minacce. Meno sovraccarico in favore di un approccio più oculato dunque. Una tecnologia chiave in questo senso sarà l’AI generativa, che permette di semplificare la gestione della sicurezza aziendale, colmando anche il gap di competenza in ambito di cybersecurity.

A mancare sarebbero anche professionisti del settore capaci di fare la differenza. Per il 74% delle aziende, la scarsa disponibilità di esperti di sicurezza informatica è uno degli ostacoli principali. Di queste, il 38% ha inoltre aggiunto che nell’organico aziendale sono libere più di dieci posizioni legate alla cybersecurity.

Una considerazione finale la merita la questione della fiducia che le aziende italiane ripongono nelle proprie risorse di sicurezza informatica. Il 62% di esse ha comunicato di essere moderatamente o molto fiduciosa riguardo il possedere un’infrastruttura IT a prova di attacco. Tale atteggiamento genera un’evidente discrepanza tra preparazione reale e percezione del rischio.

Valutare in maniera attendibile i pericoli a cui l’azienda può essere soggetta è infatti un aspetto fondamentale per qualsiasi strategia proattiva di cybersecurity. La sensazione è pertanto quella di una tendenza alla sottovalutazione ancora diffusa, che può tradursi in ulteriori falle nella rete e anche in una certa incapacità a denunciare correttamente gli attacchi ricevuti. Il quadro generale potrebbe essere dunque ancora più complesso, con tante informazioni inaccessibili. Quel che è certo, è che adeguarsi a un nuovo paradigma di cybersecurity è sicuramente una delle sfide più urgenti che attendono le aziende italiane.

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Che cos’è il Piano Transizione 5.0

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Giorni importanti per il futuro dell’industria 5.0: il 23 aprile la Commissione Bilancio della Camera ha convertito in legge il DL 19 del 2 marzo 2024, che con il suo art.38 introduce ufficialmente il “Piano Transizione 5.0”.

Il lavoro parlamentare recentemente svolto rappresenta un momento centrale nell’attuazione del PNRR e segna la ferma intenzione dell’Italia di essere protagonista della nuova frontiera dell’industrializzazione con le sue imprese.

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Piano Transizione 5.0: in cosa consiste la legge

L’approvazione del Piano Transizione 5.0 è da inquadrare nel contesto dell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In particolare, secondo le parole del Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, si tratta di una novità decisiva per accompagnare le aziende italiane nella duplice transizione green e digitale nel corso del biennio 2024/25.

Ma cosa è il Piano Transizione 5.0? Si tratta di un pacchetto di incentivi, finanziato da fondi pari a 6,3 miliardi di euro. Il fine ultimo è favorire la digitalizzazione e la sostenibilità delle imprese italiane.

Destinatarie del Piano Transizione 5.0 sono quindi tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, settore, dimensione o regime fiscale, che effettueranno investimenti in strutture produttive sul territorio italiano, relativamente a dei progetti di innovazione, e che da essi conseguiranno una riduzione dei consumi energetici.

Per essere eleggibili per il Piano Transizione 5.0, gli investimenti relativi a beni strumentali devono generare una riduzione di almeno il 3% a livello di impresa o di almeno il 5% per processo produttivo. È interessata anche l’implementazione di software per il monitoraggio energetico. Altri eventuali investimenti non compresi nel nuovo pacchetto, continuano a ricadere nel precedente Piano Transizione 4.0.

Gli incentivi del Piano Transizione 5.0 vengono erogati sotto forma di credito di imposta, utilizzabile in compensazione con le imposte a debito. In alternativa, essi possono fungere da sconto sulla cifra che spetta al fornitore dei beni strumentali. Le aliquote sono variabili, in funzione della tipologia di investimento e del risparmio energetico ottenuto:

  • Investimenti in beni strumentali per l’efficienza energetica:
    • 50% del costo totale, per un risparmio energetico di almeno il 30%
    • 30% del costo totale, per un risparmio energetico di almeno il 20%
  • Investimenti in beni strumentali per l’innovazione:
    • 40% del costo totale, in caso il bene rientri nella categoria “Beni 4.0”
    • 20% del costo totale, in caso il bene non rientri nella categoria “Beni 4.0”
  • Investimenti in beni strumentali per la sostenibilità:
    • 30% del costo totale, se il bene serve a produrre energia da fonti rinnovabili

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Innovazione e formazione per l’industria 5.0

Il Piano Transizione 5.0 dovrebbe dunque favorire l’adozione delle tecnologie alla base della quinta rivoluzione industriale. Tra queste sono annoverate l’intelligenza artificiale, l’Internet of Things, la stampa 3D e il cloud computing. La loro spinta innovativa e una perfetta integrazione con l’ecosistema industriale, sarà fondamentale per la competitività delle aziende italiane sul mercato.

Un altro aspetto chiave per la transizione all’industria 5.0 sono gli investimenti sulla formazione, messa in secondo piano nel precedente Piano Transizione 4.0. Adesso è prevista un’agevolazione sulle spese relative a quest’ambito, purché non superino il 10% degli investimenti totali e rientrino entro un tetto di 300.000 euro. Requisito fondamentale è inoltre che la formazione sia esplicitamente rivolta all’acquisizione o al consolidamento di competenze correlate alle tecnologie responsabili della transizione energetica e digitale dei processi di produzione.

Non manca tuttavia qualche perplessità riguardo l’efficacia del Piano Transizione 5.0. Se da una parte il programma di incentivazione economica è massiccio, i criteri di valutazione e confronto dei progetti sembrano deficitari. Non è infatti detto che un progetto più valido in termini di riduzione energetica, sia preferibile dal punto di vista dell’innovazione tecnologica.

Anche gli incentivi sulla formazione appaiono deficitari, dal momento che limitarli alla duplice transizione digitale/green potrebbe essere limitante. Inoltre il tetto del 10% sul budget totale non sembra sufficiente, specialmente se rapportato a un contesto dove è già stato ampiamente dimostrato che investire sulle competenze è spesso più importante rispetto a farlo su tecnologie e infrastrutture.

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Droni e mobilità avanzata: adozione in aumento nei settori industriali

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L’utilizzo di droni professionali in ambito industriale ha fatto registrare una sostanziale crescita nel 2023. La maturità raggiunta dalla tecnologia alla base del drone permette dopotutto una varietà di applicazioni anche nei settori più tradizionali. La sensazione è che l’espansione di questo mercato non sia ancora terminata. La mobilità avanzata aerea può pertanto rappresentare un’importante opportunità di sviluppo e innovazione per tante attività industriali.

Droni e mobilità avanzata: definizione e settori di applicazione

Il settore della mobilità avanzata aerea racchiude l’insieme di servizi, tecnologie e infrastrutture utili alla realizzazione di un sistema deputato al trasporto aereo di beni e persone. Come facilmente preventivabile, la rapida diffusione dei droni ha contribuito ad aumentarne i settori di applicazione. In particolare, tra il 2019 e il 2023 sono stati 1.471 i casi di utilizzo. Più precisamente:

  • Il 70% dei casi applicativi di droni inerisce al segmento delle Aerial Operations. Lavori del genere sono ad esempio i sopralluoghi e le ispezioni (44%) o la videosorveglianza (20%). In questi casi vengono usati droni di piccole o medie dimensioni;
  • Il restante 30% delle applicazioni di un drone riguarda progetti di Innovative Air Mobility & Delivery. In questo caso si fa ricorso a droni di dimensioni maggiori per il trasporto di merci o persone.

Il mercato della mobilità è dunque, almeno al momento, prevalentemente legato ai suoi utilizzi più tradizionali, come testimoniato dal significativo +186% fatto registrare dal numero di casi operativi nei settori storici nel corso dell’ultimo anno. A confermare l’importanza del trend ci ha pensato Marco Lovera, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata.

Secondo Lovera la progressiva affermazione dei droni è una conseguenza dell’ottimo livello di sviluppo tecnologico-normativo raggiunto. Questo garantisce la possibilità di sperimentare nuovi servizi e di estendere le possibili applicazioni di mobilità avanzata a nuovi settori industriali e all’ambito dei trasporti.

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Il mercato dei droni: i numeri fino al 2023

La rilevanza del mercato dei droni si può pienamente comprendere solo analizzando nel dettaglio i dati statistici più recenti. Va innanzitutto precisato che, nonostante il progresso delle soluzioni di mobilità avanzata, il settore è ancora dominato dalle Aerial Operations. Le applicazioni tradizionali rappresentano addirittura il 97% del mercato, con i servizi più innovativi relegati ad appena il 3%.

Gli operatori responsabili delle Aerial Operations raccolgono così il 54% del valore di mercato e da soli costituiscono l’81% delle 652 imprese al momento attive. Ancora scarsa la domanda pubblica, con solo l’8% del valore globale. Va tuttavia precisato che il 38% delle imprese che si occupano di mobilità avanzata e droni hanno almeno un cliente nel pubblico e che, in Italia, le PA sono responsabili della realizzazione del 47% dei progetti.

Il segmento Innovative Air Mobility & Delivery è composto invece da produttori di piattaforme e OEM. Equivalgono al 60% delle 32 imprese che attualmente si dividono l’80% del valore del mercato. Queste applicazioni maggiormente innovative hanno attirato, negli ultimi anni, le attenzioni di aziende, enti politici e istituzioni. Dal loro progresso dipende buona parte della futura crescita del mercato di riferimento.

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Le prospettive del 2024

A fronte di uno sviluppo tangibile, il settore della mobilità avanzata aerea in Italia deve fare un altro passo in avanti. Tra le imprese, solo il 13% può definirsi “Poliedrica”, ovvero in possesso di una struttura organizzativa adatta a supportare l’uso sistematico di droni e il ricorso a collaborazioni strategiche con dei fornitori esterni. Più di un’azienda su quattro è invece classificabile come “Esordiente” , in quanto il drone viene utilizzato in maniera accessoria rispetto alla propria attività.

Le prospettive fanno tuttavia ben sperare. Il 39% delle aziende che utilizzano i droni vogliono migliorare i servizi; il 24% di esse vede la mobilità avanzata aerea come un fattore di vantaggio rispetto ai competitors; il 19% è infine interessata a migliorare l’utilizzo dei droni per una questione di immagine aziendale.

Una netta accelerazione è attesa dal versante Innovative Air Mobility & Delivery. Il settore presenta al momento un 77% di progetti dedicati al trasporto merci (54% generiche, 46% materiale sanitario). Solo il 7% è tuttavia operativo, perlopiù in zone difficili da raggiungere, come nel caso di alcune aree africane. La realizzazione delle potenzialità insite in queste applicazioni sarà una delle chiavi di volta del futuro mercato dei droni. A proposito di potenzialità, l’Italia intensificherà la sperimentazione relativa al trasporto di persone. Roma e Milano figurano difatti, tra le città che si cimenteranno nei servizi di mobilità per passeggeri. I progetti sono previsti per il 2024 e il 2026.

Buone notizie anche per quanto riguarda la costruzione di vertiporti: quello di Roma dovrebbe essere operativo entro fine anno, mentre quello di Venezia potrebbe essere ultimato anch’esso prima della conclusione del 2024. Altri 15 aeroporti hanno inoltre acconsentito a mettere a disposizione strutture e competenze per facilitare la costruzioni di ulteriori vertiporti, con alcuni progetti già attivi e altri che lo saranno nel corso dei prossimi tre anni.

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Siemens Industrial Copilot: la rivoluzione dell’AI per il settore manifatturiero

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Non vi è alcun dubbio: l’intelligenza artificiale generativa è una delle innovazioni tecnologiche che più sta cambiando il volto dell’industria, indipendentemente dal settore. L’AI sta infatti riscrivendo il paradigma alla base del rapporto uomo-macchina, con svariate applicazioni e rinnovate possibilità di automazione.

L’introduzione di questa nuova tecnologia garantisce alle industrie una notevole semplificazione dei processi e maggiore efficienza. Lo sviluppo di Siemens Industrial Copilot spinge proprio in questa direzione, ponendo l’AI generativa al centro delle linee di produzione e aprendo nuove prospettive professionali agli operatori.

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Siemens Industrial Copilot: cos’è

Alla SPS di Norimberga, Siemens ha presentato il suo Copilot, uno strumento che di fatto porta l’intelligenza artificiale generativa nel cuore delle macchine industriali. Una tendenza preventivabile, dato il successo riscosso dalle varie iterazioni dell’AI. Dal boom di ChatGPT ad un utilizzo affidabile e preciso dell’intelligenza artificiale in campo industriale, era solo questione di tempo.

Siemens Industrial Copilot promette dunque di portare l’automazione industriale ad un nuovo stadio. Un intento reso ancora più chiaro da una collaborazione d’eccezione. La multinazionale tedesca ha lavorato con Microsoft per ottenere il massimo risultato in termini di performance e integrazione. La collaborazione tra Siemens e il colosso di Redmond si traduce inoltre in un’integrazione tra Microsoft Teams e il software dedicato alla gestione del ciclo di vita del prodotto, Siemens Teamcenter.

L’integrazione dell’intelligenza artificiale nel settore promette di accelerare ulteriormente il progresso tecnologico, rafforzando l’output produttivo delle aziende e le condizioni di lavoro al loro interno.

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L’AI applicata al settore manifatturiero

L’utilizzo di Siemens Industrial Copilot garantirà molteplici ed eterogenei benefici al settore manifatturiero. Qualche esempio? Si va da un’ottimizzazione dell’efficienza energetica a un più accurato controllo delle prestazioni, passando per la riduzione dell’impronta carbonica. Il risultato finale coincide con un miglioramento qualitativo di ogni fase del ciclo di vita della macchina. Bisogna inoltre considerare che l’AI generativa è una tecnologia ancora giovane, ricca di potenzialità inespresse e con enormi prospettive di semplificazione di utilizzo all’orizzonte.

Siemens Industrial Copilot gode inoltre del collegamento con Totally Integrated Automation (TIA) Portal di Siemens attraverso l’API TIA Portal Openness. Questo aspetto permetterà agli ingegneri di generare codice PLC da input forniti alla macchina in linguaggio naturale, in maniera altamente dettagliata, riducendo di conseguenza il tempo richiesto e il margine di errore. Per meglio rendere l’idea, basti pensare che attività che prima richiedevano settimane di lavoro, potranno essere svolte in pochi minuti.

I task più ripetitivi verranno perciò automatizzati proprio grazie all’apporto dell’intelligenza artificiale, mentre i lavoratori saranno reindirizzati verso compiti che beneficiano maggiormente dell’approccio umano. È il caso del debug di codici di automazione complessi, processo che può portare a notevoli rallentamenti della fase di simulazione. Gli ingegneri mantengono la possibilità di interfacciarsi con il Siemens Industrial Copilot, apprendendo quindi nuove competenze.

L’accesso di Siemens Industrial Copilot a tutta la documentazione, le linee guida e i manuali di assistenza permette inoltre di snellire le operazioni di manutenzione. Grazie a una più rapida identificazione di errori e soluzioni, i tempi di fermo macchina saranno notevolmente ridotti, migliorando la redditività dell’intera linea di produzione.

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Siemens e Microsoft Industrial Copilot: applicazioni 

Le applicazioni di Siemens Industrial Copilot, ma più in generale dell’AI, sono dunque un’autentica rivoluzione che sta accelerando notevolmente i tempi dello sviluppo tecnologico industriale. Nel dettaglio, la gestione automatizzata degli enormi flussi di dati generati ha avuto risvolti positivi soprattutto sui seguenti processi aziendali:

  • R&S;
  • Progettazione;
  • Produzione;
  • Supply chain.

Difficile quantificare con precisione quello che sarà l’impatto effettivo dell’intelligenza artificiale nell’industria manifatturiera. Una prima stima parla di un potenziale economico compreso tra i 2.600 e i 4.600 miliardi di dollari. Cifre da capogiro, equivalenti al PIL del Regno Unito, che danno l’idea della portata del fenomeno.

Questa tecnologia vanta peraltro un tasso di adozione elevatissimo. ChatGpt, ad esempio è stata l’app più utilizzata di sempre in relazione al tempo di disponibilità e c’è da aspettarsi che anche in ambito industriale il successo di progetti come quello di Siemens e Microsoft sia enorme. I primi feedback giunti dalle aziende che hanno integrato Siemens Industrial Copilot rinforzano quest’idea:

  • Il 70% ha dichiarato di avere incrementato la produttività interna.
  • Il 68% ha riscontrato un miglioramento della qualità del lavoro.
  • Il 57% ha sostenuto che l’AI ha prodotto un aumento della creatività.
  • Il 67% ha investito tempo in attività più strategiche grazie al lavoro svolto da Siemens Industrial Copilot.
  • Il 77% ha reputato ormai irrinunciabile l’intelligenza artificiale.

C’è da aspettarsi una continua crescita, con tante aziende che stanno studiando come implementare in maniera efficace l’AI proprio grazie al supporto di progetti come quello di Siemens e Microsoft.

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Integrazione verticale e integrazione orizzontale: tecnologia d’accesso per l’industria 4.0

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Nell’ambito dell’industria 4.0, integrazione verticale e orizzontale fanno parte delle cosiddette “Tecnologie abilitanti”. Con questo termine ci si riferisce a nove particolari innovazioni tecnologiche che hanno cambiato radicalmente il volto delle fabbriche, trainandole verso quella che oggi viene comunemente definita “Quarta rivoluzione industriale”.

Una strategia di integrazione verticale e orizzontale prevede dunque un profondo rinnovamento strutturale dell’intera linea produttiva. Conseguenza di questo processo è la fitta integrazione tra ambienti, tecnologie e competenze: uno degli elementi distintivi delle moderne smart factory.

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Integrazione verticale e orizzontale significato

Il quinto punto del manifesto dell’industria 4.0 definisce in sintesi l’integrazione, orizzontale e verticale, come un’integrazione di informazioni che riguarda tutta la supply chain. È un processo che coinvolge sia la produzione dell’azienda in sé, sia i suoi rapporti con i fornitori e i clienti. Più nel dettaglio, i due tipi di integrazione, pur contribuendo a tale obiettivo, sono caratterizzati da differenze e aspetti unici.

  • Integrazione orizzontale: riguarda l’interconnessione tra singoli macchinari, attrezzature o unità produttive. In questo modo tutta l’attività è costantemente monitorata in tempo reale e resa più efficiente;
  • Integrazione verticale: è un concetto più ampio che riguarda l’integrazione della linea produttiva con le altre aree aziendali: distribuzione, controllo qualità, progettazione… In questo modo ogni singolo momento che va dalla progettazione del prodotto, al supporto post-vendita, viene internalizzato con conseguenze vantaggiose per l’azienda.

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Strategia di integrazione verticale nella supply chain

Una strategia di integrazione verticale funzionale deve dunque puntare a una interconnessione efficace dell’intera catena di approvvigionamento. Questo si traduce in una serie di implementazioni, quali ad esempio:

  • Utilizzo di sistemi gestionali (ERP, WMS, CRM, SCM…);
  • Distribuzione dei dati su piattaforme cloud;
  • Analisi dati in tempo reale e programmazione interventi sulla base del monitoraggio costante realizzato attraverso la tecnologia IIoT;
  • Automazione di tutte le fasi produttive;
  • Implementazione di tecnologie quali blockchain o software di analisi dei big data.

Si tratta in altri termini di un’integrazione che non riguarda solo i macchinari o le linee di produzione, ma l’interezza dei reparti che definiscono l’azienda. L’obiettivo finale è mettere in comunicazione tutti i processi di una fabbrica, fornendo un flusso di dati costantemente aggiornato sul quale deve essere possibile intervenire prontamente, da remoto e in tempo reale, dalla fase di progettazione fino a quella successiva all’immissione del prodotto sul mercato.

A che grado di integrazione verticale puntare

Per ottenere i massimi risultati, la messa a punto di una strategia di integrazione verticale deve quindi puntare a rivoluzionare il concetto stesso di fabbrica. Il primo passo è l’abbandono della vecchia struttura a silos. Per far si che ciò accada è necessario provvedere all’efficientamento delle tecnologie utilizzate. Ad esempio, per realizzare una perfetta integrazione tra macchine di fornitori diversi, è necessario stabilire una meta-rete che favorisca la loro comunicazione, basata su protocolli differenti.

La questione della sicurezza dei dati è altrettanto importante. La comunicazione tra più attori aumenta infatti il rischio di fughe di informazioni o della corruzione delle stesse. È perciò necessario garantire un elevato standard di sicurezza e l’implementazione di tecnologie sicure di condivisione e archiviazione.

Più in generale, l’integrazione verticale deve essere parte di un modello di business ben studiato. Se da un lato una fabbrica ben integrata verticalmente ha la capacità di poter rispondere più velocemente alle esigenze di mercato o ai feedback post-vendita, dall’altro deve far fronte a una serie di spese e adeguamenti tecnologici non indifferenti. Un alto grado di integrazione verticale ripaga però gli investimenti dischiudendo opportunità prima precluse all’azienda, come la possibilità di riprogrammare in tempo reale attività di produzione o consegna in base alla reale disponibilità di mezzi o dipendenti.

Nel caso di un’attività che produce macchine industriali inoltre, è possibile integrare nel processo creativo feedback provenienti direttamente dall’attività in fabbrica, così da mettere a punto modifiche basate sull’uso reale dei macchinari.

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Integrazione orizzontale esempio

Le smart-factory prevedono la creazione di una rete di sistemi cyber-fisici tra loro collegati e che forniscono una serie di vantaggi, quali:

  • Monitoraggio costante dei macchinari con conseguente riduzione dei downtime;
  • Possibilità di programmare interventi di manutenzione predittiva sulla base del rilevamento di possibili guasti e inefficienze;
  • Miglioramento dell’output produttivo con una conseguente riduzione dei costi di gestione.

Il sopracitato sistema si realizza attraverso l’adozione di determinati protocolli di comunicazione. Uno dei più importanti è il B2MML, Business To Manufacturing Markup Language. Questo protocollo permette di integrare i sistemi ERP e di gestione della supply chain, con altri sistemi deputati al controllo e responsabili della raccolta dei dati.

Un’applicazione pratica che rende facilmente comprensibile il concetto di integrazione orizzontale può essere quella realizzata in un’azienda di imballaggi. In questo caso diversi sistemi PLC possono venire integrati su una piattaforma unica, indipendente da singoli hardware o software. La conseguenza è un miglioramento globale dell’efficienza dell’intera fabbrica, dato che viene resa possibile una gestione multi-progettuale.

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Business continuity: definizione, implementazione e cybersicurezza

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Garantire la continuità aziendale anche in casi di eventi imprevisti: è questo lo scopo principale del Business Continuity Plan, il piano di emergenza che ormai la maggiorparte delle aziende mette in pratica quando si verificano incidenti o eventi avversi. L’obiettivo è quello di prevenire danni e fermi alla produzione e di attuare strategie emergenziali che tutelino sia la sicurezza dei dipendenti, sia il fatturato aziendale.

Business continuity – definizione

La capacità delle imprese o delle organizzazioni di continuare a svolgere le proprie attività anche in caso di eventi imprevisti, incidenti o emergenze è detta continuità operativa o Business Continuity. Si tratta di un tema molto caro alle aziende che, dopo la pandemia, è diventato ancora più importante e degno di attenzione: avere una Business Continuity efficace permette di essere più competitivi sul mercato e di non farsi trovare impreparati. Tuttavia la strada da percorrere non è semplice poiché non si tratta solo di mantenere attiva la produttività, ma anche di assicurare servizi, organizzare e gestire le risorse umane, scegliere i fornitori adeguatamente. 

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Business continuity plan: implementazione aziendale

Si è iniziato a parlare per la prima volta di Business Continuity Plan negli anni ’70, con l’introduzione dei disaster recovery all’interno delle aziende finanziare e delle assicurazioni. Fino agli anni ’80 si è trattato però solo di servizi di backup, finalizzati al recupero dei dati. Solo a partire dagli anni ’90 le aziende si orientano verso un piano strutturato di continuità aziendale.

La prima cosa da fare per stilare un buon continuity plan è quella di analizzare il contesto aziendale ed identificare le azioni necessarie: chi si occupa di stilare il Business Continuity Plan deve tenere conto dell’organizzazione aziendale, dei processi di produzione, del tipo di risorse impegnate e anche delle normative in vigore. Il personale e i manager devono essere resi partecipi del Business Continuity Plan, poiché sono parte integrante del processo e devono sapere come muoversi e intervenire in ogni scenario. Nel breve termine devono essere effettuate operazioni di monitoraggio, per poi passare alla fase di analisi dei possibili eventi imprevisti sulla base dei quali si studia il cosiddetto downtime, ossia il tempo massimo in cui la produzione o l’attività aziendale può fermarsi senza causare disservizi o danni. Arrivati a questo punto vengono stabiliti i tempi necessari e le operazioni da svolgere per tornare alla normalità produttiva. Ogni BCP va poi testato in azienda, per assicurarsi che sia efficiente.

Business continuity: vantaggi

Tra i vantaggi del BCP c’è la possibilità di avere un backup ed un ripristino di dati avanzato, grazie all’utilizzo di tecnologie come il cloud computing, la replica dei dati e il backup remoto. Preziosi anche gli strumenti che consentono il monitoraggio e la gestione degli incidenti, permettendo alle aziende di affrontare le emergenze in tempo reale e attivare procedure che prevedano il ripristino dei processi di produzione. A ciò si aggiungono anche i sistemi di allerta che segnalano anomalie in corso o possibili situazioni di rischio. 

Un altro vantaggio del Business Continuity Plan è quello di incrementare la possibilità di telelavoro o smartworking. Un’azienda che è preparata non ha problemi a sostituire il lavoro in presenza con il lavoro da casa tramite l’utilizzo di piattaforme che garantiscono comunicazione, condivisione e collaborazione online.

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Cybersicurezza e business continuity

Cybersicurezza e Business Continuity: backup e disaster recovery sono l’esempio concreto di quello che può accadere in caso di eventi avversi. Si tratta di due procedure simili, ma che presentano alcune differenze. Il backup serve a proteggere i dati; mentre il disaster recovery ripristina l’operatività di macchine ed infrastrutture. I due si trovano ad operare in maniera sinergica e garantiscono un buon livello di resilienza dell’azienda.

Lo stretto legame tra cybersicurezza e BCP viene evidenziato anche dalla necessità di proteggere i dati delle aziende, utilizzando tecnologie ed infrastrutture che garantiscano la continuità lavorativa e che siano in grado di bloccare tentativi di hackeraggio o intrusione da parte di soggetti esterni. Le aziende devono quindi sempre più entrare in un ordine di idee dove la sicurezza informatica è implementata “by design”, migliorando in termini di protezione e risposta. Inoltre l’analisi del traffico sulle reti dei clienti permette sia di monitotorare le prestazioni della rete stessa, che di risolvere eventuali intoppi come ad esempio incompatibilità tra hardware e software.

Leggi anche l’articolo: Digital manufacturing: cos’è, caratteristiche e vantaggi

Simatic Run 2023

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Anche nel 2023 Cignoli partecipa come sponsor e con un team di maratoneti alla Simatic Run di Siemens, giunta alla sua 8° edizione.
Il 30 settembre si terrà la classica corsa organizzata dall’azienda hi-tech tedesca, che ritorna per il secondo anno di fila nella splendida località del Parco di Monza.

IL PARCO DI MONZA

Il Parco di Monza è uno dei parchi cintati più grandi d’Europa. La sua estensione, infatti, raggiunge i 700 ettari, quasi tre volte più grande della Reggia di Versailles. La prima testimonianza dell’istituzione del Parco risale al 1805 e fu voluto da Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone e viceré del Regno d’Italia. Il 14 settembre dello stesso anno viene emanato un decreto imperiale per la sua costruzione nel territorio monzese, allo scopo di farne una tenuta modello, agricola e di caccia.
Per avere maggiori info sul parco puoi visitare il sito dell’autodromo di Monza.

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LA GARA

La gara è una corsa podistica amatoriale che si sviluppa su un anello di 10km con variante. Il concorrente può scegliere se effettuare 1 o 2 giri: nel secondo caso percorrendo la distanza standard di una mezza maratona: 21km.

Sono quindi previste le seguenti 4 formule:

  • 10km femminile
  • 21km femminile
  • 10km maschile
  • 21km femminile

Il ritrovo è fissato presso il cortile di  Cascina Bastia.

simatic run 2023 cignoli

All’iscrizione ogni runner riceverà il seguente kit:

  • Assicurazione RC
  • Assistenza medica
  • Medaglia di partecipazione
  • Chip
  • Pacco gara
  • T-Shirt ufficiale

Clicca qui per iscriverti alla corsa!

Digital manufacturing: cos’è, caratteristiche e vantaggi

Nell’ultimo ventennio numerose innovazioni tecnologiche hanno interessato l’ambito del manufacturing. Digital trasformation, industrial internet of things (IIOT), cloud computing, AI e machine learning sono solo alcuni degli elementi fondanti del digital manufacturing, uno dei fulcri della quarta rivoluzione industriale.

Digital manufacturing: cos’è

Quando si parla di digital manufacturing ci si riferisce all’integrazione di strumenti e tecnologie digitali all’interno di una fabbrica. L’obiettivo è migliorare la qualità dei processi di produzione industriale, renderli più flessibili e controllabili. I risvolti positivi sono molteplici: dall’ottimizzazione dei consumi energetici al miglioramento nella raccolta e computazione dei dati, fino a una sensibile diminuzione dei costi di gestione e manutenzione.

La progressiva digitalizzazione delle tecnologie ha profondamente trasformato l’intero comparto manifatturiero. Le rilevanti novità apportate alle linee di produzione sono state infatti fondamentali per aumentare drasticamente l’efficienza delle moderne Smart factory.

Digital manufacturing: caratteristiche

Scopriamo quali sono le caratteristiche del digital manufacturing e come esse contribuiscono a definire la fisionomia delle fabbriche smart.

  • Acquizione dati e connettività: gli investimenti nella tecnologia IIOT hanno portato all’acquisizione di un volume di dati dalle macchine molto superiore rispetto al passato. La diffusione della fibra ottica, delle reti wireless e del telecontrollo ha inoltre facilitato la gestione da remoto di macchine e dati, offrendo esperienze d’uso ibride tra fisico e digitale.
  • Cloud Manufacturing: lo sviluppo della tecnologia cloud ha reso possibile immagazzinare, condividere e riorganizzare la grande mole di dati prodotti dai macchinari delle fabbriche, rendendoli di facile accesso a tutte le sedi dislocate a grandi distanze.
  • Additive manufacturing e stampa 3D: la produzione additiva realizza prototipi sempre più dettagliati per i progetti, campioni che ricalcano fedelmente le caratteristiche del prodotto finale. Questo è possibile grazie agli enormi progressi compiuti dalle tecnologie di stampa 3D, capaci di produrre con livelli di complessità e precisione sempre maggiori.
  • Automazione e robotica: la digitalizzazione ha avuto come conseguenza una progressiva automazione dell’intera filiera produttiva, implementando livelli sempre più alti di interazione tra il personale umano e le macchine.
  • Intelligenza artificiale, realtà virtuale/aumentata: il rapido progresso di queste tecnologie ha migliorato le fasi di raccolta dei dati, la loro successiva organizzazione e le pratiche di monitoraggio e collaudo. I test avvengono in totale sicurezza presso ambienti virtuali che ricreano condizioni e variabili analoghe a quelli reali.

Manufacturing digital: vantaggi

Il manufacturing digital ha apportato numerosi vantaggi alle imprese, migliorando il rendimento di ogni settore industriale sotto svariati aspetti. Tra questi:

  • Ottimizzazione del flusso di lavoro: il vantaggio più immediato della trasformazione digitale è rappresentato dalle nuove modalità di organizzazione del workflow. I task più ripetitivi vengono eliminati o delegati alle macchine, mentre operazioni complesse risultano semplificate.
  • Riduzione dei costi: il manufacturing digital offre alle aziende numerosi vantaggi economici tra cui un risparmio sulle fasi di test, grazie a stampa 3D e realtà virtuale.
  • Minore time to market: una migliore efficienza coincide con un minor tempo richiesto per l’immissione del prodotto sul mercato. I requisiti di un progetto vengono soddisfatti con maggior precisione, incrementando contestualmente anche la qualità del prodotto finale, aumentando la competitività dell’azienda grazie allo sviluppo di nuove prospettive di business.
  • Miglioramento della supply chain: i cambiamenti non riguardano solo gli aspetti relativi alla produzione. Tutta la supply chain beneficia dell’introduzione delle tecnologie digitali, come ad esempio la disponibilità di una control tower. La “torre di controllo” funziona attraverso un pannello di controllo dove confluiscono i dati derivanti dalla digitalizzazione della commessa d’ordine. Questo strumento permette agli addetti di gestire possibili criticità e alert in maniera fluida e centralizzata.

Manufacturing digital: applicazioni

Le tecnologie introdotte nel contesto del digital manufacturing sono tutte volte a rendere la produzione della fabbrica più snella e flessibile. L’utilizzo della prototipazione veloce ha comportato uno slittamento dalla produzione di massa alla personalizzazione di massa. I progetti possono essere modificati più facilmente, sulla base dei feedback dei clienti, dando vita a lotti di prodotti più piccoli ma differenziando maggiormente l’offerta finale.

I sensori installati sulle macchine grazie alla tecnologia IIOT, insieme al monitoraggio remoto, misurano e gestiscono le prestazioni di ogni componente della filiera produttiva, portando anche a pratiche virtuose come la manutenzione predittiva. I report e i dati che li compongono costituiscono la base di partenza per ottimizzare ulteriormente la produzione: parliamo in questo caso di lean manufacturing.

Si può pertanto affermare che le applicazioni pratiche del digital manufacturing coinvolgono il funzionamento di una fabbrica nel suo complesso. In tale direzione si muove, per esempio, anche la robotica collaborativa con i robot di picking nel settore logistico. Tutto ciò costituisce un nuovo paradigma per quanto riguarda la produzione industriale, grazie a una sempre crescente compenetrazione tra tecnologie fisiche e digitali e alla valorizzazione del capitale umano di un’impresa.

Leggi anche l’articolo: Trasformazione digitale: investimenti, tecnologie, ostacoli

Trasformazione digitale: investimenti, tecnologie, ostacoli

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Sebbene si tenda a concentrarsi sulla digitalizzazione, solo il 10% del fatturato totale viene speso dalle PMI in investimenti digitali. Il cloud rimane la tecnologia più impiegata dalle imprese con l’82%, seguita dalle applicazioni aziendali (62%) e dalla cybersecurity (53%).

Per ottenere il massimo dalla trasformazione digitale ci sono sette driver da seguire per sviluppare al meglio il cloud e le altre tecnologie. L’adozione di soluzioni cloud-based e la digitalizzazione delle funzioni amministrative, finanziarie e di controllo hanno un impatto cruciale sulle aziende italiane.

I dati sugli investimenti per la trasformazione digitale

Secondo gli ultimi dati concernenti la trasformazione digitale, la relazione tra budget investito e fatturato è la seguente:

  • Le aziende che impiegano l’1% del fatturato in trasformazione digitale sono il 16%
  • Si sale al 65% con investimenti che oscillano tra l’1% e il 10%
  • Appena l’11% delle imprese dedicano tra il 10% e il 20% del fatturato
  • Solo l’8% delle imprese si spinge oltre il 20%.

Se parliamo di cifre il prospetto è come segue:

  • Circa il 25% delle aziende hanno impiegato meno di 100.000 euro;
  • Il 26% ha utilizzato un budget compreso tra 100.000 e 500.000 euro;
  • L’8% delle imprese hanno speso tra 500.000 e un milione di euro in nuove tecnologie;
  • Mentre una quota che si aggira al 41% ha investito cifre importanti pari a più di un milione di euro.

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Le tecnologie su cui puntano le aziende italiane

Inoltre dai dati è emerso qual è lo status di implementazione delle tecnologie digitali fondamentali da parte delle imprese: l’82% delle PMI sul suolo nazionale ha optato per soluzioni di cloud computing per snellire le procedure e ottimizzare la gestione in termini finanziari e di forza lavoro/produttiva. I metodi di lavoro agile sono sempre più presenti nelle aziende e le rendono innovative.

Non è solo il cloud computing ad attirare l’interesse e gli investimenti delle PMI, oltre ad esso ci sono altre tecnologie su cui si punta:

  • Business Application (62%)
  • Cybersecurity (53%)
  • Big Data e intelligenza artificiale (46%)
  • Internet delle cose (38%)
  • Robotica e automazione (36%)
  • Calcolo ad alte prestazioni (HPC) (11%)

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Trasformazione digitale: cosa ne impedisce la diffusione

Il vero ostacolo all’implementazione di nuove soluzioni tecnologiche non è dovuto all’assenza di infrastrutture adeguate, cosa che sarebbe molto più ostica da superare poiché prevederebbe ingenti investimenti; ma nella maggior parte dei casi il problema è rappresentato da elementi cosiddetti “soft”. Questi ultimi sono per esempio la cultura aziendale e imprenditoriale, le competenze e la formazione.

In secondo piano ci sono altri fattori che bloccano l’innovazione:

  • Insicurezza dovuta al dubbio valore del ROI (ritorno degli investimenti)
  • Mancanza di fondi da destinare agli investimenti
  • Assenza di una adeguata rete di approviggionamenti dovuta all’indisponibilità dei fornitori.

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7 driver per sviluppare e attuare un piano aziendale di trasformazione digitale

Per sviluppare e attuare efficacemente un piano aziendale di trasformazione digitale ci sono 7 driver, ossia 7 punti chiave da seguire:

  • Relazione con l’ecosistema aziendale circostante: il modello di business deve tenere in considerazione altre aziende come eventuali partner e/o competitor
  • Finance sempre più centrale: la branca finanziaria dell’azienda deve partecipare in maniera attiva alla stesura della strategia aziendale, possibilmente intercettando fondi nazionali e comunitari a disposizione delle imprese per l’innovazione.
  • Misurazione delle metriche: la misurazione delle performance in base alla produzione di valore vanno considerate di pari passo con i più moderni Key Performance Indicator (KPI).
  • Rischi crescenti: l’aspetto della consapevolezza e del calcolo del rischio non deve essere solo una caratteristica dell’imprenditore, ma va estesa a tutti i livelli. In questo modo eventuali rischi aleatori possono essere individuati più facilmente
  • Risorse umane al centro del progetto: vera forza di ogni azienda è il suo personale. Per raggiungere gli obiettivi prefissati occorre avere dei team di lavoratori davvero motivati, per cui vanno sempre valorizzati
  • Contaminazione delle abilità: i vari team non devono lavorare in maniera stagna, ma collaborare tra loro. In questo modo acquisiscono e condividono le competenze gli uni con gli altri
  • Tecnologia innovativa: al fine di raggiungere e applicare il modello di business progettato occorre il supporto delle infrastrutture migliori. Bisogna quindi che garantiscano un altissimo livello di flessibilità in modo da evolversi insieme al mercato e al target di riferimento.

Leggi anche l’articolo: Iperautomazione industriale: definizione, vantaggi e applicazioni per le PMI